Campanaru picciulo
- Tutt@ l@ C@l@bri@

- Aug 17, 2022
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Di Orlando Sculli
foto Reno Ammandolea

Venivano tracciati, con uno stecco di legno su un pianoro di terra o con un pezzo di carbone o di “stracu” su un piazzale, tre riquadri di circa cm 50 di lato; l’ultimo terminante con una lunetta, denominata “campana”. Fatta la conta, generalmente fra bambine, la prescelta si posizionava nel posto prestabilito dalla “caca”. Cominciava a tirare nel primo riquadro la pietruzza e dopo averla raccolta proseguiva saltando con un sol piede a zopparélla (infatti il gioco era chiamato dai romani claudus, da claudicare). Arrivata alla campana si riposava o la saltava con un sol piede, e qualora la campana fosse stata occupata da una pietruzza tornava indietro. Finito il percorso d’andata, seguiva quello di ritorno ripartendo dalla “campana”, con le modalità prestabilite sempre dalla “caca”. Concluso il percorso di andata e ritorno si vinceva una partita o “jócaru”. È ovvio che quando la pietruzza debordava dal riquadro o andava su una riga, il gioco passava a un’altra partecipante. Le più brave proponevano l’utilizzazione di un solo piede per spingere la pietruzza, sia all’andata che al ritorno, mentre l’altro restava sollevato. A San Luca e nelle aree vicine, il campanaro piccolo era costituito da cinque quadrati, di circa 50 cm di lato, di cui tre erano contigui e in linea, mentre gli altri due erano segnati a destra del terzo riquadro. A Siderno il campanaro (piccolo) era tracciato a forma di semicerchio ed era costituito da cinque riquadri.





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