Campanaru randi
- Tutt@ l@ C@l@bri@

- Aug 24, 2022
- 2 min read
di Orlando Sculli
Foto di Reno Ammendolea

Gioco prevalentemente femminile. Venivano tracciati di seguito per terra, con un legnetto, con un pezzo di carbone o con uno “stracu”, secondo il luogo prescelto, tre piccoli riquadri di cm 40x40, indicati con i numeri uno, due e tre. Dopo il terzo riquadro venivano aggiunti due rettangoli affiancati, di circa cm 50x70, denominati “campane”. Proseguendo venivano tracciati un quarto riquadro o “mulinéllu” e altre due campane, uguali alle precedenti.
Il gioco cominciava con la prescelta della conta, la quale, da un posto assegnato dalla “caca” ossia dall’ultima, tirava nel primo riquadro un frammento di piatto colorato o “petrúlla”. Se la “petrúlla” non debordava o non finiva su una riga, il gioco continuava e la giocatrice saltellando con un solo piede prendeva la “petrúlla”; poi, sempre saltellando e saltando il riquadro dove era la pietruzza, andava avanti. Arrivata alle campane si poteva riposare con ambedue i piedi. Quando si arrivava ad una campana, non vi si poteva entrare se c’era la pietruzza, ma nell’altra si poteva, e con un solo piede. Raggiunto il “mulinéllu”, si prendeva la pietruzza e si saltava a due piedi nelle seconde campane. Completato il percorso di andata, si effettuava il ritorno, con il lancio della pietruzza secondo il modo prestabilito. Si ritornava così al primo riquadro, dove si completava il gioco e si vinceva una partita o “jócaru”. Le più brave ed agili proponevano il gioco in modo più arduo: dopo aver tirato la pietruzza, la facevano transitare per tutti i posti del campanaro, all’andata e al ritorno, spingendola con la punta di un sol piede, tenendo sempre alzato l’altro e saltellando. Si aveva diritto al riposo poggiando ambedue i piedi solo nelle campane, quando non fossero occupate dalla pietruzza. A San Luca e nelle altre aree circostanti, la partita di ritorno veniva riproposta con le stesse modalità della prima partita.





Comments