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Ciaramelle a paro

  • Writer: Tutt@ l@ C@l@bri@
    Tutt@ l@ C@l@bri@
  • Dec 11, 2022
  • 3 min read

Di Orlando Sculli


La zampogna era lo strumento elettivo dei pastori assieme al doppio flauto. Le “ciaramelle a paro” erano le più tipiche della Locride centro-meridionale e derivavano il loro nome dal fatto che le canne (ncánnule) principali, quella di destra e di sinistra, erano di uguale forma e dimensione. Era diffusa in Calabria, in quasi tutta la provincia di Reggio (in egual misura sullo Ionio e sul Tirreno), lasciando fuori della stessa Locride tutte le comunità che vanno dalla riva sinistra del Torbido fino a Monasterace; pertanto già da Gioiosa dominava la zampogna a chiave. L’ingombro dello strumento variava dai 40 ai 60 cm di lunghezza, non superandoli quasi mai. Era composta da una parte tronco-conica scavata al suo interno (tranne la sezione inferiore spessa circa 3 cm), dove alloggiavano tutte le parti; essa si chiamava bussola (testáli, testalóru) ed era dotata di cinque fori, che variavano da 1 ad 1,8 cm, dove erano collocate le cinque canne, due uguali (la coppia a paro) e tre diverse l’una dall’altra. Queste erano distinte nelle due canne di canto (quelle a “paro”), di destra e di sinistra, le uniche ad essere diteggiate; la destra presentava sei fori sulla parte superiore ed un foro (farzéttu) sulla parte apicale posteriore; la sinistra quattro fori soltanto sulla parte superiore. Le rimanenti tre canne erano dei bordoni fissi (non venivano diteggiati), differenti tra loro per lunghezza e forma, composti da due pezzi regolabili in funzione dell’accordatura, che cambiava modificando la lunghezza. Il più piccolo dei tre (cardígliu), inserito in posizione sovrastante la canna sinistra, non doveva coprire con la sua estensione i fori della stessa, per non comprometterne la diteggiatura. Sopra, al centro delle due canne di canto, veniva collocato il bordone di media lunghezza (quarta), che ne superava di poco la foratura. Inoltre il bordone inferiore (zzarrúmbicu), il più lungo di tutte le canne, nella tradizione non veniva quasi mai attivato (non suonava); il bordone si chiama così perché produce sempre lo stesso suono non modulato. In poche occasioni questo tipo di strumento veniva accompagnato dalla “pipíta” o ciaramella e più anticamente dallo “zzarínu” (triangolo). Esso era usato per il canto, per il ballo e durante le festività di Natale. Il suono era prodotto dalle ance (zammarélle) che nel nostro territorio erano di tipo semplice e venivano ricavate dalle canne più sottili di canneti che crescevano in zone non irrigue. Nel passato i migliori costruttori di ciaramelle della provincia di Reggio, delle Serre vibonesi e della parte meridionale del Catanzarese, si rifornivano dai canneti di Bombile di Ardore, che davano il prodotto più pregiato. Le ance potevano essere di tipo doppio (remette) e in tal caso avevano bisogno di un’abilità particolare per essere costruite. Le zampogne, essendo uno strumento con più ance, necessitavano di una riserva d’aria notevole, che gli veniva da una sacca ricavata da una pelle di capra (utri), scuoiata intera. Il suonatore, insufflandovi continuamente aria la manteneva gonfia e in pressione costante e sufficiente per produrre il suono. Più corte erano le canne, più il suono era acuto, per cui si poteva riconoscere il territorio di provenienza della zampogna dal suono e dalla disposizione dalle canne. Tra i costruttori ormai “senza voce”, è giusto ricordare Giovanni Condemi, di Ferruzzano, del quale rimangono quattro esemplari noti di ciaramelle. Una di queste nel 1924 viaggiò fino a Buenos Aires, suonata per due o tre anni da Pasquale Ambrogio, emigrato ma subito rientrato in patria. Nel ‘67 fu ceduta a Bruno Caridi di Samo, insuperabile suonatore di pastorali e repertorio natalizio fino a meno di un decennio fa. Rinomati anche i costruttori di San Giorgio Morgeto: Michele Monteleone, maestro ineguagliato, trasportava a spalla le sue ciaramelle che suonava e vendeva alle feste e ai raduni (Polsi).

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