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ETNIE IN CALABRIA

  • Writer: Tutt@ l@ C@l@bri@
    Tutt@ l@ C@l@bri@
  • Jul 4, 2022
  • 6 min read

Di Silvana Franco

Ad oggi, esistono nella regione Calabria, con il rischio di estinguersi, diverse etnie che hanno conservato la loro lingua, tradizioni culturali ed il loro credo religioso. La Calabria non deve essere ricordata solo come terra di emigrazione, ma anche come terra di accoglienza per popolazioni perseguitate, che hanno trovato rifugio e ospitalità in questa regione. Le minoranze etnico-linguistiche più significative in Calabria sono tre: Albanesi, Grecanici e Valdesi.

La comunità più numerosa, è quella Albanese (nota come comunità italo-albanese o arbëreshë), che si stanziò in Calabria tra i secoli XV e XVII, proveniente dall’Albania e dalla Grecia. La loro lingua presenta tratti arcaici della lingua albanese e caratteristiche del Tosco, cioè il dialetto parlato nel sud dell’Albania. Gli Albanesi di Calabria sono presenti maggiormente nella provincia di Cosenza ed in modo minore nelle province di Catanzaro e Crotone. Nella provincia di Cosenza sono presenti nei comuni di: Acquaformosa, Cantinella (frazione di Corigliano Calabro), Cerzeto, Castroregio, Civita, Falconara Albanese, Firmo, Frascineto, Lungro, Macchia Albanese (frazione di San Demetrio Corone), Marri (frazione di San Benedetto Ullano), Plataci, San Basile, San Benedetto Ullano, Santa Caterina Albanese, San Cosmo Albanese, San Demetrio Corone, San Giorgio Albanese, San Martino di Finita, Santa Sofia d’Epiro, Spezzano Albanese, Vaccarizzo Albanese; nella provincia di Catanzaro invece sono presenti ad Andali, Caraffa, Gizzeria, Marcedusa, Vena di Maida (frazione di Maida) e Zangarona (frazione di Lamezia Terme). Infine, nella provincia di Crotone si trovano presso Carfizzi, Pallagorio, San Nicola dell’Alto. Dapprima gli albanesi approdarono in Calabria per scopi militari, chiamati dagli Aragonesi per essere affiancati nella loro lotta contro gli Angioini. Arrivarono numerosi dopo l’invasione dell’Albania da parte dei Turchi e ancor di più in seguito alla morte dell’eroe nazionale Giorgio CastriotaSkanderberg (nel 1468), che guidò gli albanesi nella lotta contro l’invasione degli ottomani, difendendo i valori morali e religiosi cristiani.

Ai nostri giorni, gli arbëreshë professano la religione cattolica, anche se in molte comunità italo-albanesi calabresi, si segue il rito greco. In particolare, nel 1919 papa Benedetto XV creò l’Eparchia di Lungro (CS) per raggruppare i paesi italo-albanesi di rito greco. La cultura arbëreshë ha prevalentemente una tradizione orale e non scritta, e si esprime tramite manifestazioni particolari. Molte infatti sono le tradizioni che si conservano ancora oggi, come ad esempio la Vallja, che consiste in una danza popolare con canti e costumi arbëreshë. In questa danza le donne si tengono a catena con fazzoletti, mentre due giovani guidano il gruppo alle estremità, o in un’altra forma, ci sono solo uomini che eseguono movimenti di combattimento. Questo ballo commemora la vittoria di Giorgio CastriotaSkanderberg contro i turchi. Un’altra tradizione delle tante altre che si potrebbero citare, è costituita dai canti popolari detti kalimere. Sono i canti eseguiti da casa in casa da gruppi di persone, prima dell’alba di Domenica delle Palme, e in cambio si danno doni.


Il gruppo etnico più piccolo esistente in Calabria, è formato dai Valdesi. Si chiamano così in quanto furono, e ancora oggi alcuni lo sono, seguaci delle idee cristiane di Pietro Valdez. Egli era un ricco mercante di Lyon (Francia) il quale, dopo aver approfondito la lettura della Bibbia, tradotta per lui da alcuni sacerdoti dal latino al francese, decise di abbandonare tutti i suoi averi, intorno al 1174-76, per predicare il Vangelo con la povertà di vita. I suoi seguaci furono denominati anche Poveri di Lione. Per fare un breve cenno del loro credo, bisogna dire che ancora oggi, essi si attengono molto agli insegnamenti delle Scritture (sola Scriptura). I pastori e diaconi possono essere sia uomini che donne, sia celibi e sia sposati, rifiutano le immagini nelle chiese. Nel 1184 il Concilio di Verona (indetto da Papa Lucio III) stabilì l’espulsione dei Valdesi dalla Francia. Da questo momento in poi, essi si spostarono in diversi paesi dell’Europa centrale e meridionale. In Italia si insediarono in Lombardia ed in Piemonte. Intorno al XIV secolo, i Valdesi si spostarono anche in Calabria, non solo per le persecuzioni in corso, ma anche per motivi finanziari. Precisamente si stanziarono presso Guardia Piemontese, San Sisto dei Valdesi (frazione di San Vincenzo La Costa) e Montalto Uffugo (prima noto come Borgo degli Ultramontani), nella provincia di Cosenza.

Successivamente, nel XVI secolo, furono perseguitati dall’Inquisizione, in quanto aderirono alla Riforma Protestante. Il 5 giugno del 1561, in una rappresaglia a Guardia Piemontese, molti Valdesi furono uccisi. I superstiti furono costretti a vivere sotto il controllo della gerarchia della Chiesa Cattolica. In quegli anni sorsero molti conventi per sorvegliare i superstiti, infatti a Guardia arrivarono i Domenicani, mentre a San Sisto, giunsero i Gesuiti per cercare di convertire gli apostati. Ci sono diversi segni che ricordano questo triste periodo. A Guardia Piemontese ci sono la Porta del Sangue, il nome di alcune vie che si rifanno alle persecuzioni, le porte con spioncino per controllare i Valdesi dentro le loro case, la roccia commemorativa proveniente da Torre Pellice (in provincia di Torino), luogo originario dei “guardioli”, posta dove sorgeva il tempio dei Valdesi a Guardia Piemontese.

Papa Francesco ha chiesto scusa per le sofferenze inflitte ai Valdesi, in un suo viaggio a Torino nel mese di giugno 2015, in occasione dell’esposizione della Sacra Sindone.

La lingua parlata dai Valdesi è l’Occitano, conosciuta anche come lingua d’òc. Questo termine deriva dal latino “hoc est” (è questo, è così). Alcuni studiosi sostengono che sia stato Dante a creare una classificazione delle parlate romanze, prendendo come riferimento la particella che indicava l’affermazione. Determinò così tre idiomi: la lingua del sì, cioè l’italiano, la lingua dell’oil, cioè l’oiltano o il francese ed infine la lingua d’òc. Occitania è il termine che indica quelle regioni in cui ancora oggi si parla, come minoranza linguistica, la lingua d’oc. Comprende la maggior parte della Francia meridionale, i Pirenei catalani della Spagna ed il Piemonte in Italia. L’occitano è una lingua neolatina, derivata dal latino imposto dai Romani dopo la conquista della Gallia. Per questo motivo si dice anche che è una lingua gallo-romana o romanza. Ovviamente, come tutte le lingue, ha subito influenze linguistiche, in particolare, elleniche e dei linguaggi introdotti con le invasioni barbariche.

In Calabria, nonostante le feroci persecuzioni, i Valdesi riuscirono a sopravvivere ed esistono ancora oggi in numero ridotto. Per salvaguardare e valorizzare la cultura e la lingua dei Valdo-Occitani sono nate delle associazioni.

La lingua, la cultura e le tradizioni dei Grecanici esistenti ancora in Calabria, hanno origini molto remote. Alcuni studiosi ritengono che queste origini risalgono al VIII secolo a.C., periodo in cui gruppi di coloni greci si stanziarono sul suolo fertile e ricco di fiumi della Calabria. Nacque così la Magna Grecia. Secondo altri ricercatori invece, le origini grecaniche risalgono al periodo bizantino, datato tra il VI secolo d.C. fino all’anno 1000. Molti studiosi infine, ritengono che entrambi questi periodi siano coinvolti nel formare la cultura grecanica. In particolare, nel primo periodo si fondò, nel secondo ci fu una rivitalizzazione ed un rafforzamento di tale cultura.

La zona in cui vivono i grecanici è nota come Area grecanica o Isola ellenofona o Bovesìa. Si tratta di paesi che si trovano in provincia di Reggio Calabria, attorno alla vallata del fiume Amendolea, ai monti di Bova e quindi sulle pendici sud dell’Aspromonte.

Alcuni di questi paesi sono stati completamente abbandonati (Amendolea, Brancaleone Superiore, Pentedattilo, Roghudi Vecchio). I paesi dell’area grecanica sono: Bova, Bova Marina, Condofuri, Gallicianò di Condofuri, Roccaforte del Greco, Roghudi. Le caratteristiche di questa zona sono le spiagge larghe affiancate da agrumeti, soprattutto bergamotti. Le strade da percorrere per arrivare a questi borghi sono molto ripide e tortuose. La cosa sorprendente, tipica delle coste calabresi, è che in pochi km si può passare dal livello del mare ad altezze che sfiorano o superano i 1000 metri di quota.

Le lingue subiscono influenze da altre lingue, si evolvono. Il greco, che un tempo si parlava in tutta la Calabria, oggi è diventato un idioma greco, parlato ancora in alcuni di questi borghi ed è definito grecanico o greco di Calabria. La stessa diatriba esistente per la nascita della cultura grecanica, si ripropone per la lingua, infatti il glottologo tedesco Gerhard Rohlfs (Berlino 1892 – Tubinga 1986), affermò che il grecanico ebbe origine dalla Magna Grecia, invece il glottologo Giuseppe Morosi (Milano 1844 – 1890) sostenne che esso nacque dal periodo bizantino. L’alfabeto greco che con molta probabilità fu utilizzato da principio nella lingua grecanica, fu lentamente sostituito dall’alfabeto latino proprio per la latinizzazione avvenuta nei secoli successivi. Il grecanico ha resistito come lingua parlata soltanto in pochi borghi, in quanto molti abbandonarono questa lingua perchè considerata marchio di inferiorità. Inoltre, durante il periodo fascista le minoranze linguistiche vennero osteggiate e non protette. Invece i motivi per cui questa minoranza linguistica è sopravvissuta fino ad oggi, insieme alle tradizioni musicali, ai riti religiosi e all’artigianato, sono diversi. Se si accetta la tesi secondo la quale la lingua e la cultura grecanica nacquero nei secoli della colonizzazione greca, l’influenza bizantina dei secoli successivi, le rafforzò. Inoltre, l’isolamento geografico in cui molti di questi borghi furono costruiti a causa delle persecuzioni del passato, ha protetto la lingua e la cultura da influenze esterne. Tuttavia, tale isolamento, soprattutto in tempi più recenti, con l’abbandono della civiltà contadina, fu anche causa di abbandono di questi borghi. Inoltre bisogna considerare le calamità naturali verificatesi in borghi che vivevano in modo molto semplice.

I paesi dell’area grecanica che conservano maggiormente la lingua, e le radici greche, sono Gallicianò, frazione di Condofuri, e Bova.




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