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Il carnevale calabrese

  • Writer: Paola Morabito
    Paola Morabito
  • Feb 1, 2023
  • 2 min read

Updated: Feb 4, 2023

di Paola Morabito

Il Carnevale nel passato era un momento di festa, si ricordano vecchi rituali e cerimonie usate per evadere dalla realtà quotidiana, per divertirsi ma soprattutto per fare grandi abbuffate di cibo prima della Quaresima,

Nel corso del tempo ha perso molto del suo valore. Sembra infatti che con lo scadimento qualitativo di questa festa sia venuto meno lo spirito del divertimento puro e semplice che riempiva la vita di un popolo che aspettava con ansia il susseguirsi delle festività. Abbiamo perduto quel senso di appartenenza che ci teneva legati al passato, forse tutto è dipeso dal frettoloso caotico odierno che la società c'impone e, lo svago giornaliero che la digitalizzazione ci offre. Bisogna ritornare alle radici se vogliamo affrontare le sfide del presente e, se vogliamo andare incontro al domani impariamo a captare i sentimenti


di chi ci ha preceduto, amare il loro vissuto, poiché la nostra identità è contenuta nella storia del nostro popolo.

Non è semplice ricostruire un Carnevale calabrese, raccontare le sue mille tradizioni che lo avvolgono poiché ogni paese ha culture e riti diversi molti dei quali sono scomparsi e altri hanno subito trasformazioni, " Trasiu u' sputto'” era la definizione che veniva usata per annunciare l'inizio del Carnevale. Tradizionalmente la data d'inizio era il 17 gennaio festa di Sant'Antonio Abate e proseguiva fino al Martedì Grasso”.

Nella Locri de le domeniche che precedevano la settimana di Carnevale, ognuna era indicata come la “domenica degli amici” dei compari” dei parenti, l'ultima era dedicata a Carnevale

Altro giorno carnevalesco era il “giovedì grasso "detto anche ”Jiuovi di lardarloru “, che precedeva la domenica di Carnevale. Un vecchio proverbio lo sintetizza cosi ; u' Jiuòvi di lardaloru cu’ non av'i a' carne si ‘mpigna lu figghjiolu.”cioè in cambio di una razione abbondante di carne da consumare nella propria famiglia durante il giorno della festa, si “impegnava”” il proprio figlio presso un pastore o una bottega proponendolo come garzone. Il ragazzo doveva restare al servizio per 40 giorni, tanto quanto dura la Quaresima.

La carne sulla tavola del calabrese il giovedì grasso non poteva mancare per nessuna ragione, abituato per il resto dell'anno a mangiare erbe dei campi, patate e pane scuro, a quei tempi c'era molta povertà e non tutti potevano permettersi di mettere a tavola polpette o altri manicaretti preparati con la carne: “La gente si travestiva e irriconoscibile usciva di casa per essere accolta nelle case, dei parenti, essere invitata dagli amici.


Il giovedì grasso si concludeva mangiando “ Na firriata di pruppetti, maccarruni, sarzizza e supprizzata”

Il Carnevale si concludeva il “martedì grasso”, detto u' Marti i' ll ’Azata” cioè togliere la carne dalla tavola.


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