IL CASTELLO “NASCOSTO” DI MAIDA
- Tutt@ l@ C@l@bri@

- Dec 11, 2022
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Il piccolo borgo antico di Maida, centro di notevole interesse storico artistico e culturale, sorge immerso tra il verde della rigogliosa macchia mediterranea bagnata dai due mari, Tirreno e Ionio, tra il Golfo di Sant’Eufemia a ovest e quello di Squillace ad est, arroccato su di uno sperone roccioso, in corrispondenza della confluenza di due torrenti, il Cottola ed il Jayari, nell’istmo più stretto di tutta la penisola italiana. Proprio a causa della sua posizione strategica, la zona è stata abitata già in tempi antichissimi come attestano i numerosi ritrovamenti, tra cui asce, utensili e punte di frecce, che testimoniano la presenza di insediamenti umani già nel corso del Paleolitico. Le leggende locali identificano il centro di Maida con l’antica Melanio, fondata dal mitico Italo, re degli Enotri. Successivamente, questi luoghi sono stati soggetti alla dominazione prima greca e poi romana, come afferma lo studioso di Maida Francesco Saverio Romeo che menziona, presso la porta orientale della cittadina, un tempio greco-romano oggi convertito in chiesa cristiana. Il territorio è stato continuamente soggetto all’insediamento di diversi popoli, la cui presenza ha contribuito a una serie di modificazioni che hanno interessato la morfologia del contesto urbano. Simbolo di questo borgo, che segue da protagonista tutte le vicende storiche locali, è il Castello, ubicato nella parte più alta del centro. Nel corso dell’VIII secolo i bizantini occuparono il territorio creando un borgo fortificato e denominandolo Maghida: tale nome sopravvive nel dialetto. Le prime cronache storiche che ad esso fanno riferimento risalgono al 1014, anno in cui i pugliesi insorsero contro la dominazione bizantina. Nel 1020 la fortezza venne conquistata dagli Arabi guidati dall’emiro Akal, il quale annientò la popolazione locale e fece diventare questo territorio parte dell'Emirato di Squillace. Nel 1057 i Normanni, con a capo Roberto il Guiscardo, dopo aver conquistato la Calabria settentrionale, costruirono a Maida la loro fortezza (su ciò che rimaneva delle strutture preesistenti), così da allargare il loro dominio in quella parte della regione ancora Bizantina. La fortezza fu occupata nel 1087 da Miera di Falluca, signore di Rocca Falluca e Catanzaro durante il conflitto che oppose l'erede del Guiscardo, Ruggero Borsa, al fratellastro Boemondo I d'Antiochia, ma a causa di questa conquista i Falluca persero i loro domini. Il trattato di pace del 1089 fra Ruggero Borsa e Boemondo stabilì l'assegnazione di Maida e di Cosenza a Boemondo in cambio di Bari. Alcune fonti storiche riportano che Federico II il 23 maggio del 1223, durante uno dei suoi viaggi, soggiornò in questo castello e, data la bellezza della pianura antistante il centro abitato di Maida, istituì una riserva di caccia imperiale. Durante il regno federiciano il castello subì inoltre una serie di ampliamenti e modifiche volte ad ammodernarne le strutture e perse gradualmente l'uso della lingua greca. Successivamente Carlo I d'Angiò assegnò il castello di Maida a Egidio di Santo Liceto. Egli non si fece ben volere dai maidesi tanto che, in assenza del feudatario, la popolazione insorse distruggendo parzialmente il castello. Dopo un'indagine durata due anni, Carlo d'Angiò fece punire i responsabili e ordinò la ricostruzione del castello (con un provvedimento emanato l'11 novembre del 1269), portandolo alle dimensioni attuali. Durante tale ricostruzione il castello venne ampliato (comprendendo l'attuale Piazza Roma) e dotato di granai, scoperti a metà degli anni novanta. Il feudo restò nelle mani della famiglia Santo Liceto (prima ad Egidio junior, poi a Guglielmo di Santo Liceto, e infine alla figlia di quest'ultimo, Luisa) fino a quando non torno alla Corona, che lo concessa alla regina Sancha d’Aragona, duchessa di Calabria e successivamente seconda moglie del re di Napoli Roberto d’Angiò. Venne poi ceduto nel 1331 a Goffredo Marzano, conte di Squillace e principe di Maida. Consolidatosi il potere della famiglia Caracciolo, che mirava alla sottrazione di questi territori alla dominazione feudale, già nei primi anni del 1400 il castello rientra nelle proprietà di Gualtiero detto il Viola, membro della famiglia, per poi ritornare nel demanio regio, in seguito ad alterne vicende (tra cui la rivolta del 2 giugno 1459 sedata dal generale Davalos) per volere di Ferdinando I d’Aragona, che in ultimo lo affidò al figlio Federico, che instituì nuovi statuti, detti Capitoli, in cui concedeva ai maidesi molti benefici che favorirono lo sviluppo del paese tra cui: commerciare con l'esenzione dalle tasse durante la domenica; gli abitanti potevano essere giudicati solo dalla magistratura del feudo; veniva vietata qualsiasi forma di requisizione non indennizzata, se non effettuata dal principe; venivano abolite le corvée non indennizzate (un tipo di prestazione dovuta da parte del vassallo al signore feudale); venne abolita la tassa di un terzo sul raccolto alla Corona e l’estradizione. Nel 1496 sale sul trono napoletano proprio Federico d'Aragona che conferma a Maida tutti i privilegi goduti precedentemente e ne elargisce dei nuovi. I maidesi erano molto legati a questo re e diversi cittadini accorsero in sua difesa quando fu attaccato dal re di Francia e dagli spagnoli. Federico fu sconfitto e divenne viceré Consalvo di Cordova. Agli inizi del XVI secolo 64 famiglie di nobili maidesi avrebbero appoggiato una causa, intentata dal comune di Maida, per esercitare una sorta di diritto di prelazione sul feudo, nel tentativo di scongiurare il dominio baronale dei Caracciolo. La causa sarebbe stata persa nel 1507, con gravi perdite finanziarie per il comune (della causa esistono notizie storiche, ma non gli atti ufficiali). Il periodo successivo fu difficile, caratterizzato da economia in crisi, diminuzione delle entrate e aumento delle tasse. Il feudo fu ceduto, intorno al 1518, da re Carlo V ai Loffredo, ma la situazione non migliorò. Di positivo, in questo periodo, c'è un certo risveglio culturale con la presenza di un teatro e di un'Accademia, detta degl'Inquieti, fondata da Pietro Paladino, ex seguace di Giambattista Marino. La storia prosegue con l’elevazione a principato del feudo grazie all’unione tra le due influenti famiglie dei Caracciolo e dei Loffredo con le nozze tra Dianora Caracciolo e Marcantonio Loffredo. Visto il periodo economicamente disastroso per i feudatari, dovuto alle incursioni saracene nei dintorni (Maida non ebbe incursioni nel suo territorio), ai terremoti del 1638 e del 1659 (ci fu una ristrutturazione dell’edificio e alcune opere di miglioramento come la realizzazione di mura più basse in grado di rispondere all’attacco dei cannoni, la rielaborazione della struttura aveva come modello di riferimento il Castelnuovo di Napoli) e ai rapporti tesi con i cittadini, che uccisero all'uscita di teatro proprio Marcantonio, il principato venne acquistato dalla famiglia Ruffo nel dicembre del 1691: fu feudatario Fabrizio, a cui gli succedettero dapprima il nipote Francesco, poi il figlio di questi Carlo e, via via, altri eredi della famiglia, tra cui Ippolita che fu presente al momento del crollo del castello, dell'ospedale di San Pietro, del teatro, delle mura cittadine e di varie chiese in occasione del terremoto del 1783. Ippolita fu una buona feudataria in quanto era cresciuta nella cittadina ed era legata affettivamente a Maida. Per aiutare la gente, dopo il terremoto, fece aprire una filanda, in cui dette lavoro a molti disoccupati, promosse l'istituzione di piccole concerie e cercò di venire incontro ai bisognosi. Il governo pensò di intervenire per aiutare la popolazione terremotata della zona requisendo i beni della maggior parte delle case religiose e costituendo la Cassa Sacra. Pertanto Maida si vide spogliata dei numerosi conventi e privata dei redditi di quei beni. Tra la fine del Settecento e gli inizi dell'Ottocento, si diffusero anche a Maida le idee illuministiche e giacobine, represse dal cardinale Fabrizio Ruffo che impose tasse altissime ai nobili del luogo e riuscì a convincere molti cittadini a seguirlo nella sua spedizione napoletana. Inoltre, in questi anni, sorsero numerosi palazzi, alcuni dei quali, secondo alcune fonti, furono progettati da Sintes, allievo di Vanvitelli, e nel 1838 il castello venne convertito in prigione: a tal proposito vennero effettuati dei lavori interni come la pavimentazione in lastre di granito, l’inserimento di graticole nelle finestre e l’introduzione di un cancello di ferro all’ingresso. A questi lavori si aggiunsero l’ampliamento del perimetro della zona bassa e la cinta muraria. Una curiosità: durante il periodo della contro-rivoluzione borbonica, il 16 luglio 1806, il territorio di Maida fu teatro di una battaglia tra francesi ed inglesi, risoltasi in favore di questi ultimi guidati da Sir John Stuart. Per ricordare questo avvenimento esistono a Londra i quartieri di "Maida Hill" e "Maida Vale” (sede della BBC), situati nella City of Westminster, cuore politico e culturale della capitale inglese. Qui si interrompe il legame del castello con la città che andrà avanti senza l’apporto storico del suo maniero fino ai giorni nostri passando da Garibaldi, che si affacciò dal balcone di palazzo Farao per annunciare "la disfatta di diecimila borbonici" il 29 agosto del 1860, dalla crisi economica e sociale post Unità d'Italia che svuotò con il fenomeno migratorio il borgo, dal periodo fascista dove furono podestà Pietro Bilotta, dal 1927, e Nicola Votta, dal 1938, e dalla devastazione di un'alluvione nel 1953 che innescò una nuova ondata di emigrazione. Quello che possiamo ammirare oggi della fortezza di Maida è il frutto di un restauro eseguito ad opera degli Aragonesi. Esso era di forma quadrata con quattro torri agli angoli, di cui il corpo di una (corrispondente al lato orientale) è ancora ben distinguibile, anche se parzialmente nascosto da costruzioni moderne. Risale sicuramente a questo periodo l'elegante coronamento di beccatelli che gravano su un toro in pietra, le bocche da fuoco, i cantonali in pietra squadrata ed il redendone che corre su tutto il perimetro, sotto il quale la struttura si presenta a scarpa. Questi elementi, tutti in pietra calcarea bianca, che spiccano sulla muratura di pietrame di medie e piccole dimensioni con una colorazione che va dal grigio alle sfumature del marrone, danno un tocco raffinato all'austera fortificazione. Al castello si accedeva mediante due porte, una a levante e l'altra a ponente. Nella zona di ponente, vi era un cortile ed una stalla capace di contenere ventidue cavalli, e, salendo verso sud, delle stanze, delle rimesse e delle cantine per il deposito dei vini. Dal lato di levante vi era un’altra stalla più un insieme di stanze, ed una cappella, subito vicina ad altro torrione. Il castello e Maida erano rifornite d'acqua attraverso un acquedotto, di cui fa parte l'arco di Sant'Antonio, restaurato negli anni novanta. Il paese era così attraversato da un corso d'acqua che alimentava un mulino con abbeveratoio all'entrata nord dell'abitato. Da entrambe i lati, levante e ponente, tra le mura e le costruzioni interne, v'erano due giardini e delle fosse per la conservazione di seimila tonnellate di derrate. Il lato ovest del rudere presenta una serie di fori sulle mura esterne che permettevano l’inserimento delle travi delle bertesche, ballatoi di legno usati a scopo difensivo. Del periodo in cui è stato una prigione, esistono ancora la pavimentazione in lastre di granito, la scala in ardesia. alcune celle, l’inserimento di graticole nelle finestre di levante e l’introduzione di un cancello in ferro in corrispondenza all’ingresso. I numerosi eventi sismici che si ripercossero sui luoghi nel corso degli anni segnarono il lento e definitivo abbandono dell’edificio, portando la popolazione ad inglobarlo totalmente nel tessuto urbano in seguito alla costruzione senza criteri portata avanti nella prima metà degli anni Novanta. Del Maniero rimane ben poco, si può scorgere una torre quadrangolare, i locali che fino agli anni '80 erano adibiti a sede delle carceri mandamentali, alcuni vani sotterranei non accessibili e parte delle mura. Il Castello versa in uno stato di degrado dettato dall'incuria dell'uomo e dall'azione demolitrice del tempo. Nel corso della seconda metà del '900 sono stati costruiti una serie di edifici di edilizia popolare che hanno completamente soffocato e ridotto la visibilità delle strutture, inoltre all'interno della torre è stato introdotto un serbatoio in cemento armato che ne ha modificato gli ambienti interni. Tali opere sono state eseguite senza nessun rispetto per l'importanza storica e culturale del monumento. Si auspica un futuro restauro conservativo in grado di restituire al Castello di Maida il suo antico splendore. Oggi l’Associazione Culturale Tra Chjiazza, Rughi e Carriari sta cercando di valorizzare questo bene e di recuperare le tradizioni di Maida (vi invitiamo a contattarli se passate da questo borgo). Vogliamo ringraziare questi ragazzi per l’impegno che stanno mostrando per il loro paese e per la loro disponibilità nei nostri confronti; un nostro ringraziamento particolare va a Luca Cervadoro che ci ha fornito tantissime foto di questa austera fortificazione che per la sua storia merita un posto d’onore tra i castelli della Calabria.
Alfonso Morelli team Mistery Hunters
Foto: Alfonso Morelli, Luca Cervadoro




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