Il Matrimonio popolare in Calabria : tradizioni memorie riti
- Paola Morabito

- Feb 7, 2022
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Updated: Mar 14, 2022

Le donne calabresi sin da piccole erano educate al matrimonio. I popolani preferivano che il matrimonio dei figli avvenisse con i compaesani. Per la figlia maggiore il corredo si preparava fin dalla tenerissima età. Essendo importante la condizione finanziaria, le figlie uniche erano le più richieste. L’ideale era la ragazza naturale, semplice,“acqua e sapone”. Per i giovani la messa era l’occasione d’incontro. Le ragazze, per scambiarsi qualche sguardo furtivo con i ragazzi, andavano in chiesa accompagnate dal padre o dai fratelli, considerati i custodi dell’onore della famiglia. Altro luogo d’incontro era il mercato rionale. In alternativa il giovane, sotto la finestra della ragazza, faceva la serenata. Se le finestre venivano spalancate dal padre di lei, il matrimonio si poteva fare, in caso contrario la richiesta era rifiutata. Nei paesi collinari, se un giovane “pretendeva” una ragazza, la notte di Capodanno metteva davanti all’uscio di casa un ceppo di legno intaccato e con dei nastri sopra. L’indomani, se il ceppo era in mezzo alla strada, la richiesta non era stata accolta. Molti fidanzamenti avvenivano per il tramite “u mbasciaturi” che approfondiva i termini del fidanzamento con i genitori della ragazza e riferiva la risposta alla famiglia del richiedente. Il fidanzamento veniva festeggiato a casa della giovane. Il fidanzato regalava l’anello e parenti e amici, a cui la ragazza mostrava l’anello, le dicevano “ti signau”. Si cenava, si brindava, si ballava al suono della fisarmonica, del tamburello, della chitarra. Un giovane, pur di avere una casa in dote, sacrificando sentimento e bellezza,sposava una ragazza non di bell’aspetto e da qui il detto: Ca’ rrobba e ca’ vigna si marita puru a’ signa”. Il matrimonio in molti casi liberava la donna dall’oppressione dei padri-padroni e la legava alla volontà tirannica di un marito-padrone che la considerava un “acquisto utile”. La sua vita si scandiva tra lavori domestici, lavoro dei campi e allevare figli. Alcuni matrimoni erano veri e propri contratti e la dote costituiva la struttura portante della politica familiare. Il corredo includeva strofinacci, pentole,bicchieri. La “biancheria” (a 24 capi, oppure a 12) veniva esposta sul letto dei genitori della ragazza. Amici e parenti ne valutavano la qualità , la quantità, il valore dei tessuti e dei ricami realizzati da majistre esperte. Amici e parenti si recavano a casa dei futuri sposi per visionare il letto matrimoniale della prima notte: il cerimoniale, da svolgersi il giovedì antecedente il fatidico “sì”, era stato svolto solo da ragazze vergini, conoscenti della coppia, che avevano maneggiato con cura le lenzuola bianche, mai utilizzate prima. A lavoro ultimato il letto veniva decorato con petali di rosa, cioccolati, dolci e monetine, segno di abbondanza e fertilità. Alla sposa era severamente proibito vedere, prima delle nozze, il letto addobbato. Pochi giorni prima del matrimonio l’uomo dava l’addio al celibato con un banchetto serale in compagnia degli amici più intimi. L’ultimo rito era il bagno prematrimoniale, praticato già dai Greci e dai popoli orientali, il cui significato era prettamente purificatorio. Il giorno delle nozze c’era la vestizione della sposa, alla quale partecipavano la madre, le sorelle e le future cognate. A Bovalino la consuetudine prevedeva per la sposa del ceto medio-alto un abito di seta o di velluto bianco; lo sposo indossava un completo di velluto nero. Durante il corteo di nozze si lanciavano petali di rosa, confetti, monetine, grano, riso ch’era il simbolo della semina e della fecondazione della terra. La sposa rappresentava la terra che riceve il seme e per nascere ha bisogno della pioggia rappresentata dallo sposo. Ad Ardore, come anche a Bianco, Bovalino, a Natile, San Luca e Gerace, il rito matrimoniale, per la classe agiata, veniva celebrato quasi sempre in casa della sposa, dove si recava sia l’ufficiale di Stato Civile sia l’Arciprete. I contadini celebravano invece il matrimonio civile al municipio e quello religioso in chiesa. Nel ricevimento si faceva sfoggio di portate e pietanze squisite. Il “banchetto nuziale” dei poveri consisteva spesso in una minestra di ceci o in una porzione di pasta fatta in casa che veniva consumata in maniera comunitaria nella“maiglia”: il mucchio fumante di pasta veniva posto al centro e ognuno spostava a sé la quantità che riteneva sufficiente. Nelle famiglie dei massari, dei coloni, dei piccoli proprietari e artigiani, il primo piatto del pranzo di nozze era costituito da grossi maccheroni, detti ancora oggi “ziti”, conditi col ragù di carne di capra o di agnello. Veniva poi servita la carne al sugo con ottimo vino locale. Si ballava la tarantella al suono di tamburello o fisarmonica. Presso le famiglie contadine residenti nelle campagne il pranzo nuziale avveniva all’aperto. Si macellavano pecore e capre, si cucinava all’antica: in una “cardara” veniva preparato il ragù con salsa piccante, in un’altra si cucinavano i maccheroni di casa. Se il Banchetto avveniva d’estate si consumava frutta fresca locale, oppure frutta secca e finocchi d’inverno; al vino faceva compagnia il rosolio fatto in casa. Gli avanzi del pranzo nuziale venivano conservati per i giorni appresso. Sempre nelle famiglie contadine, a San Luca, spesso per primo si mangiava la pasta in brodo, detta pasta corta, oppure i tradizionali maccheroni; carne bollita di capra o il ragù. A quei tempi non era uso preparare la torta nuziale ma molti dolci preparati “in casa”: i “pastetti”, biscotti secchi rotolati nello zucchero; ‘nginetti, ciambelline ricoperte col “naspro”, glassa con zucchero, acqua e due gocce di limone; nacatoli e rosolio o vino greco . Costituita la nuova famiglia, gli sposi at-tendevano la nascita di un figlio. Già al terzo mese dopo il matrimonio, le comari e i parenti s’informavano se la novella sposa era in attesa di un figlio e, se la rispostaera affermativa, si prodigavano in consigli. Succedeva pure che, se la donna fosse sterile, la guardava con un certo disprezzo amiche e parenti, facendola sentire in colpa, come se il tutto fosse dipeso da lei, e spesso era trattata male anche dallo stes-so marito. Un vecchio detto: L’arburu chi non faci frutto, si tagghja du’ pedi. L’albero che non daì frutti e’ inutile .

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