La farsa
- Paola Morabito

- Feb 1, 2023
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Updated: Feb 4, 2023

Fa parte delle tradizioni carnevalesche di molti paesi calabresi la Farsa (farza) E' una materia troppo importante per non parlarne , aveva un significato che andava oltre il divertimento. L' esistenza di Farse popolari nel meridione è un fatto molto notevole e, prima che la nostra società moderna e consumistica trasformasse il Carnevale in sfilate di carri allegorici e vestiti sfarzosi era la festa dell'uguaglianza tra le persone e, le condizioni sociali economiche non facevano differenza.
Il maggior divertimento consisteva appunto nello scambio dei ruoli, in quei giorni di festa, il povero diventava ricco e il nobile diventava povero , gli uomini si travestivano da donne, i giovani da vecchi.
Le farse erano attuate da compaesani, attori per l’occasione che dovevano anche sostenere la parte femminile poiché' le donne erano escluse. I mascheramenti erano semplici e fantasiosi: carboni per tingersi, stracci, abiti vecchi e non utilizzati, camici dei riti religiosi, vestiti prestati, tutto era prezioso per vestirsi da “Mascarati.”. La scena non esisteva, perché le rappresentazioni avvenivano nelle piazze, nelle strade.
Non si avevano testi scritti ma dialoghi in forma poetica e rimata di ambientazione contadina, scritta per l'occasione da autori che dovevano rimanere assolutamente ignoti. La Farsa era un momento molto atteso,
attraverso essa per alcuni giorni al popolino era concesso di trattare come loro pari i padroni e di rinfacciare loro vizi e difetti era, in sostanza si metteva in scena il desiderio di cambiare le cose ma,
non era neanche facile, bisognava trovare anche personaggi ardimentosi, spacconi che erano disposti a fare” critica sociale” e allo stesso tempo scaturire “ sciala mento” ilarità generale. Era la sola occasione di tutto l'anno concessa al popolo di schernire i padroni e le autorità, negli altri giorni non sarebbe di certo rimasto impunito. Dunque la Farza . veniva usata come riscatto sociale, rappresentava il modo di pensare, l'animo del popolo povero, vessato e mal retribuito sia dalla Borghesia terriera che dalla Chiesa.
La Farza di Carnalevari
(Carnevale) Carnalivari è il protagonista indiscusso della farsa più' nota. Figura popolare ma legata all'ambiente contadino. Un ubriacone attempato a cui piace ridere, scherzare e mangiare. E' moribondo per aver mangiato”a jaccapanza” “sarzizza e supprIzzate e maccarruni.
“Corajsima2 (Quaresima), rappresenta la moglie di Carnevale, una donna ,vecchia, magra e sofferente per i tanti problemi che le causa il marito,
.”Carnalivari faci i debbiti e a' Corajsima paga.
Alla fine, a nulla sono valse le esortazioni della moglie di mangiare di meno”cu mangia sulu s'affuca” dopo giorni di bagordi Carnevale muore.
Entrava in scena a questo punto un corteo funebre che si snodava per le vie del paese: Su un carretto stava disteso Carnalavari( un grosso pupazzo fatto di pezze e imbottito di paglia) a fianco stava la moglie (Quaresima) vestita di nero, che lancia imprecazioni e grida di disperazione per la norte del marito. Precedeva il carro un uomo mascherato da prete, uno da medico e uno da notaio che stilo' il testamento prima della sua morte.
Il martedì grasso raggiungeva il massimo divertimento quando a sera al corteo funebre incominciavano a comparire” i fìmmini chi facivanu u' trivulu” (‘ le prefiche” nel mondo antico, erano donne pagate per piangere ai funerali). Dietro il carro segue un corteo di tipi stravaganti vestiti con abiti femminili talmenti vecchi da sembrare stracci “i zinzuli” inoltre, si imbottivano simulando gobbe, cosce tornite, seni prosperosi e nascondevano il volto con fazzoletti. Chiudeva il corteo una folla allegra e festante.
Allo scoccare della mezzanotte del martedi grasso il fantoccio veniva bruciato su una catasta di legna, s'interrompevano cosi i festeggiamenti e, tutti rientravano a casa. Si conclude così, con le fiamme del fuoco che richiamano ad un rito pagano, di purificazione della terra che simboleggia la fine dell'inverno periodo di fame e di ristrettezze per i contadini, per lasciare il posto alla primavera in cui la natura si risveglia portando ricchezza in tutte le case.
PROVERBI
Panza chjna fa cantari, no cammiseglja nova.
La pancia piena fa cantare, non la camicia nuova
A casa du' pezzenti u' mancunu i strozzi
In casa dei poveri non mancano pezzi di pane
I chjacchiri n'un l'inchjianu a panza
Le chicchiere non riempiono la pancia
L’abbondanza alimentare e il mangiare bene, a lungo e a ‘jaccapanza”, avevano anche valenze augurali e propiziatorie




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