Le “logge” di Ferruzzano(R.C.): occasione di socialità perduta
- Tutt@ l@ C@l@bri@

- Jul 2, 2022
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Bruno Versace (Metis)
Vorrei parlarvi di un’usanza praticata a Ferruzzano fino alla fine degli anni ’70. Un’usanza antica, così radicata nella popolazione da assumere le caratteristiche di una simpatica tradizione. Essa consisteva nella costruzione, sulla spiaggia, a ogni inizio di agosto, delle logge. Erano, queste, dei capanni delle dimensioni di non più di 4 metri per 5, in cui molte famiglie di Ferruzzanoti si trasferivano per trascorrere una ventina di giorni al mare. Per come si diceva, agli inizi del mese di agosto, le famiglie di Ferruzzano, per lo più dedite all’attività agricola, una volta ultimati i lavori di raccolta, erano abituati a concedersi un periodo di riposo da trascorrere al mare, che dista dal paese 8-9 chilometri. Allo scopo di realizzare un riparo dal sole e dall’umidità notturna, gli uomini provvedevano alla costruzione delle cosiddette logge. Per come già detto, esse erano dei ricoveri costituiti da un’impalcatura di pali e canne, mentre le pareti erano di felci (fìlici) fissate all’impalcatura con fili di ferro(ferrufilatu). Pertanto, il giorno stabilito, di buon’ora, gli uomini si recavano nelle vicinanze del paese, dove le piante di felci crescevano rigogliose, e mietevano la quantità di piante che, a occhio, dovevano essere sufficienti alla costruzione della loggia. Poi, a dorso d’asino, unitamente ai pali per l’impalcatura, queste venivano trasportate sulla spiaggia, dove si procedeva alla messa in opera. È doveroso precisare che detti lavori si svolgevano aiutandosi l’un l’altro, in un’atmosfera festaiola, tra canti, scherzi e bicchieri di vino, quasi un preludio al piacere della prossima vacanza, mentre i ragazzi festeggiavano a modo loro, giocando e azzardando il loro primo bagno. Generalmente le loggeerano dotate di due aperture, una verso mare e l’altra verso monte e, a vantaggio di una maggiore stabilità, l’impalcatura dell’una era collegata a quella della successiva, sicché, ultimata la costruzione di tutte le logge, si veniva a creare un corpo unico che si estendeva per oltre duecento metri. Terminata la costruzione, avveniva il trasferimento delle persone, di un minimo di proxi e del maiale, immancabile in ogni famiglia, che veniva nutrito, durante il periodo di villeggiatura, con i resti della cucina. I proxi erano, invece, costituiti da pentolame, stoviglie, posate e attrezzature occorrenti alla cucina e altre attività domestiche. Aveva, così, inizio la vacanza vera e propria, almeno per le donne, i vecchi e i bambini, mentre gli uomini potevano beneficiare del riposo soltanto durante le ore pomeridiane dovendo, la mattina, fare una capatina in paese per accudire il bestiame vaccino che ovviamente non poteva essere trasferito anch’esso. I villeggianti facevano il bagno rigorosamente separati gli uomini dalle donne: queste, in prossimità delle logge, insieme con i bambini, mentre gli uomini venivano segregati a oltre un centinaio di metri. Un aspetto piacevolmente originale era che le donne, non disponendo di alcuna parvenza di costume, entravano in acqua in sottoveste, che regolarmente si sollevava tra le sghignazzate di qualche monello smaliziato. Il momento più suggestivo, però, era la sera, quando, dopo aver cenato al lume di lanterne a olio o petrolio, i paesani al completo indugiavano nei caratteristici giochi di società e, tra questi, il più gettonato era il cucuzzaru, oppure a raccontare i cunti o, specie le donne, a fare un po’ di gossip paesano, mentre i ragazzi, considerato che gli adulti erano tutti fuori, giocavano a nascondino tra le logge vuote e si divertivano non tanto per il gioco in sé quanto per il fatto che con il favore del buio potevano, a volte, scappare le prime effusioni. A questo punto è doveroso far menzione che dei cosiddetti cunti Orlando Sculli, appassionato studioso di dialetti e tradizioni, ha raccolto e pubblicato una ricca collezione, recuperata dalla viva voce degli anziani del paese, a beneficio delle generazioni future. A notte inoltrata si andava a letto. Anzi, per per meglio dire ci si sdraiava su una pezzarastesa sulla sabbia fresca, all’interno della loggia, godendo dei profumi del mare, delle felci e della piacevole ninna nanna della risacca che conciliava il sonno. Due/tre volte a settimana le donne accompagnavano i mariti in paese e, mentre questi badavano agli animali, le donne raccoglievano frutta da portare alla spiaggia unitamente ad altre provviste, o sbrigavano qualche faccenda in casa. Una volta espletate tali incombenze e dopo essersi probabilmente concessi qualche momento di intimità, tornavano alle logge in tempo per preparare il pranzo. Questa tradizione è andata sempre più scemando fino a rimanere, sfumata, solo nella memoria delle persone anziane. Le cause sono da ricercare nell’avvento del fenomeno dell’emigrazione degli anni ’60, che decimò il paese, e nella diffusione dei mezzi di trasporto a motore per cui, per andare al mare, non era più necessario organizzarsi per un lungo soggiorno. Con tale tradizione si è persa pure un’occasione di socializzare e anche il senso di comunità si è affievolito fin quasi a scomparire del tutto.
https://www.youtube.com/watch?v=EpWiIc4w1LI








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