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U cuccuzzaru

  • Writer: Tutt@ l@ C@l@bri@
    Tutt@ l@ C@l@bri@
  • Jul 29, 2022
  • 1 min read

di Orlando Sculli

disegno Reno Ammendolea



Si sceglieva tramite la conta il maestro di gioco: “u cucuzzáru”, che dava avvio al gioco. Il “cucuzzáru” assegnava ad ognuno un numero che corrispondeva a delle zucche ipotetiche, quindi pronunciava la formula: “Jivi sutta a l’ortu e vitti”, ad esempio, “ddu cucúzzi!”. Il soggetto detentore del numero due replicava: “Ddui non eranu ch’eranu setti!”. Il numero sette doveva controbattere: “Setti non éranu ch’éranu cincu!”, e così di seguito.

Il gioco via via si velocizzava e quando il partecipante chiamato non rispondeva prontamente, pagava pegno, che consisteva in un oggetto personale da consegnare al “cucuzzáru”. Questi tuttavia non era immune da rischi in quanto poteva essere tirato in causa da un giocatore che, interpellato, replicava: “Cincu non eranu ch’era tuttu ‘u cucuzzáru’!”. Alla fine della partita, quando erano stati pagati molti pegni e tutti i partecipanti erano stati coinvolti per più di una volta, si cominciava ad assegnare le penitenze. Il “cucuzzáru” prendeva un pegno in mano e senza mostrarlo diceva ad un giocatore: “Pinna e calamáru a chistu pignu chi si damu?” A questo punto venivano assegnate le penitenze, che erano svariate: si era invitati a cantare; a dare un bacio a qualcuno; a dare strani messaggi ad altri; a fare delle stranezze che potessero divertire. Pagata la penitenza, il pegno veniva restituito ed il gioco terminava quando ognuno avesse onorato il proprio obbligo. Il gioco era praticato in tutta la Locride.


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